Il nemico dell’Inter si chiama San Siro

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Il nemico dell’Inter si chiama San Siro

MILAN, ITALY - MARCH 11: FC Internazionale fans shows their support during the serie A match between FC Internazionale and SSC Napoli at Stadio Giuseppe Meazza on March 11, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Dino Panato - Inter/Inter via Getty Images)

I nerazzurri sono stati eliminati da qualsiasi competizione sempre davanti al loro pubblico

Quando vedo l’Inter, mi vengono in mente le parole della canzone Milano di Lucio Dalla: “Mi prendi allo stomaco, mi fai morire, Milano senza fortuna, mi porti con te, sotto terra o sulla luna”. Mai come in questa stagione la squadra nerazzurra è una montagna russa; le oscillazioni però portano a instabilità e sorprese, spesso negative. Almeno a certe latitudini. Se poi si gioca al Meazza ecco che le variabili, i chiari di luna diventano più cupi.

Le mura amiche sono diventate ostili, quest’anno. Fuori da tutto, davanti ai propri tifosi. Se si eccettua l’eliminazione targata Lazio dalla Coppa Italia (giocata a porte chiuse), le altre delusioni sono arrivate a stadio pieno, col PSV addirittura con spalti gremiti in ogni ordine di posto. Champions ed Europa League mandate a rotoli con prestazioni discutibili e avversari abbordabili, coppa nazionale presa a calci, dopo l’ennesima partita non all’altezza. La squadra di Spalletti ha mancato i due match-ball per salvaguardare il terzo posto (ancora contro Lazio e Atalanta), posizione ambita ma non sufficiente a rendere interessante l’opera ultima del mister di Certaldo. Nelle 43 gare sin qui disputate, l’Inter ha vinto 22 volte, perso 12 (se consideriamo la sconfitta ai rigori con la Lazio) e pareggiato 9.

E’ interessante capire il percorso casalingo di Icardi e compagni. Nel proprio stadio in campionato spiccano le tre sconfitte con Parma, Bologna e Lazio, e tre pareggi (Sassuolo, Torino e Atalanta), per un totale di solo 12 vittorie al Meazza in tutte le quattro competizioni. Al netto delle prestazioni, i nerazzurri appaiono miracolati se occupano il terzo posto. Dietro c’è pochezza, è bene rammentarlo. Non bastano le gioie al derby o col Napoli, una squadra senza identità non ha vita lunga. Personalità non fa rima con mentalità. Non si può avere il fuoco dentro solo con le squadre blasonate (Juventus, Milan, Napoli, Barcellona, Tottenham), perché solitamente le cose migliori si fanno nell’ordinarietà, non nella straordinarietà.

L’Inter di Mourinho spiccava nella mentalità: “Il Barcellona voleva il pallone, noi glielo lasciavamo, noi facevamo il resto”. Quella squadra era poco propensa alla costruzione di gioco ad ogni costo, preferiva il pragmatismo. Perché andare in gol con trenta passaggi quando si può farlo con tre?  Certo, non un gioco spumeggiante, ma tradiva quasi mai. Riguardo il caso Icardi,  è vero che uno spogliatoio che somiglia a una santabarbara non aiuta alla causa, ma queste sono dinamiche che entrano nelle varie ed eventuali. La Lazio di Maestrelli (scudetto 1973-74) era una squadra spaccata in due, ma riuscì nell’impresa. L’anno passato gli Spalletti-boys acciuffarono il quarto posto, espugnando l’Olimpico; sarebbero riusciti a fare lo stesso a San Siro? Diceva Italo Svevo: “Del senno di poi si può sempre ridere e anche di quello di prima, perché non serve”.

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