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Revolution, il mondo si trasforma negli anni Sessanta

Il ’68 fu una rivoluzione copernicana per tutto il mondo che stava cambiando sotto i colpi di contestazioni giovanili, di consapevolezze diverse da quelle tradizionali, da miti che trasmettevano senso d’appartenenza e di cambiamenti culturali. La seconda metà degli anni Sessanta decretò una sorta di mutazioni quasi inconsapevole trainate dalla voglia di rivendicare diritti sempre più in pericolo come libertà e democrazia. Revolution è una mostra sicuramente da vedere perché ci parla di quel periodo di storia Italiana e internazionale che ha contribuito allo sviluppo della coscienza moderna in tema di diritti civili per tutti.

RevolutionOggi, alcune considerazioni ci sembrano scontate. I diritti che abbiamo acquisito, in tema di donne, famiglia, coppia, omosessualità e ambiente, già considerati. E’ in quel periodo dal 1966 al 1970 che ha inizio una rivoluzione inattesa e progressiva che cambierà il costume della società europea e americana. Senza internet e telefonini, il vero strumento di comunicazione dell’epoca è la musica e la moda. Anche il nuovo modo di esprimersi. I famosi happening che coinvolgevano artisti, fotografi e design e che hanno saputo unire coscienze e masse di giovani d’idee diverse, alla scoperta di un nuovo modo di affrontare il mondo. La mostra, curata da Victoria Broachers, Geoffrey Marsh, Alberto Tonti e Clara Tosi Phamphili, in coproduzione con il Comune di Milano e Avatar-Gruppo Mondomostre Skira, offre un lungo percorso espositivo, ricco di idee e spunti per arricchire la nostra conoscenza sui temi che riguardano la grafica, la moda , il design, il cinema, oltre che quelli di attualità e cronaca politica dell’epoca.
La mostra si divide in sette sezioni e inizia proprio dall’aprile del 1966, quando Londra viene ribattezzata sulla copertina del Times, “The Swining City”, ovvero la città oscillante. Per moda, cultura e innovazione. Londra apre ai nuovi negozi di moda come Bazaar a King’s Road e Biba a Kensington mentre le sonorità del momento sono quelle dei Beatles, Rolling Stones e degli Who. Per celebrare questo periodo londinese sono esposte in mostra, copertine di alcune riviste come il Times e l’Observer che accolgono sulle loro pagine modelle come Twiggy, vero idolo per la moda, ritratta da Cecil Beaton. All’inizio del percorso è stata installata una vera e propria vetrina che mostra gli abiti del periodo, vestitini sbracciati, paillettes su abiti floreali e velluti lucenti con giacche in stile uniforme come quella di John Lennon immortalata sulla copertina del disco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uno dei migliori album di musica pop del gruppo inglese, secondo la rivista Rolling Stone. E’ nel 67’ che il disco raggiunge un successo inatteso. La cultura underground si fa strada sempre più battente con musica, arte cinema e letteratura. Impazzano anche le religioni esotiche e la ricerca di sé attraverso le nuove filosofie esoteriche, l’uso di droghe per ampliare il potenziale della mente. I giochi psichedelici sono forme di astrazione artistica e musicale e nascono dei veri e propri club come il Roundhouse, e l’Ufo di Londra. Quest’ultimo era un famoso locale adatto a combinare spettacoli di luce, musica dal vivo e film di avanguardia molto amato dai Pink Floyd. Dopo Swingin London e la sezione Underground, la terza parte della mostra è caratterizzata dalle voci del dissenso. La scintilla della rivolta politico-culturale prende avvio dal 68’ in Francia fino a espandersi in tutta Europa coinvolgendo anche l’America. In mostra sono esposte le locandine che inneggiano alla rivolta con le immagini di Lenin, Mao, e Marx. Contro la guerra in Vietnam, anche i poster del movimento dei Black Panthers, che rivendicavano la loro integrazione nella società bianca, con leggi appropriate alla gente di colore. Esponente prestigioso di questo gruppo fu anche Archie Shepp, sassofonista jazz statunitense, noto per la sua attività nel movimento free jazz, per le sue posizioni ideologiche “afrocentriche”, e per la sua collaborazione con John Coltrane e Cecil Taylor. Le sezioni della mostra proseguono nel raccontare la continua rivolta sui vari campi culturali che hanno costruito attraverso la nuova visione del mondo l’associazione Greenpeace ed Hearth Day, che promuovevano il ritorno alle origini, alla terra e a un modo di vivere alternativo in contrapposizione alla città, luogo delle istituzioni e dei consumi. D’altra parte anche i consumi in quel periodo hanno nuova linfa. La loro crescita che dal dopoguerra era inarrestabile aveva prodotto nuove idee. Così parallelamente alla protesta, si andava costituendo l’Esposizione Universale del 1967, e la World Expo di Osaka. Infine, il percorso espositivo ci conduce nell’ultima sezione della mostra dove possiamo ammirare il grande concerto di Woodstock su ampio schermo. Un grande rave, come oggi potrebbero chiamarlo i giovani. Woodstock è stato il primo grande rave a cielo aperto con autori d’eccezione come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Joe Cocker e altri che hanno fatto la storia del rock e del pop. Oggi rimangono antichi echi di rivolta, in un periodo storico in grande evoluzione con la tecnologia che pone inesorabilmente la nostra vita nei social. Giovani preoccupati per il lavoro che manca, e fabbriche delocalizzate all’estero. Un periodo faticoso ma attivo e, forse, sotto sotto una piccola rivolta in attesa di giudizio.

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