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Due riflessioni sui nuovi ragazzi social

Sempre più frequentemente si rivolgono a me genitori di adolescenti e preadolescenti con l’aria smarrita di chi trova in casa, un po’ all’improvviso, uno sconosciuto. Sono padri e madri (più madri in genere) che guardano i figli, per loro ancora bambini, iscriversi ai social network (Facebook, Twitter, Ask, Instagram, Snapchat, Tumblr… solo per citarne alcuni), costruirsi un profilo virtuale ed entrare in comunicazione con il mondo esterno.

Le angosce di cui mi parlano sono tante, distribuite su più livelli: c’è la paura dell’ “uomo nero dietro lo schermo” che – si sa, lo si sente raccontare spesso in televisione – è pronto a contattare, raggirare e far del male ai nostri ragazzi; c’è la paura di non essere all’altezza di un linguaggio tecnologico per cui loro sono nati già competenti, mentre noi annaspiamo sempre con l’impressione di non capirci un granché… ma la paura più profonda, e a volte meno consapevole, che riscontro costantemente dietro ogni discorso, ogni occhio sbarrato, ogni voce incrinata, resta quella di non riconoscere più la propria creatura.

Perché se si sbircia tra le foto che posta, lo si vede ritratto in atteggiamenti da duro, mentre fa gesti volgari o ha in bocca una sigaretta (ma quand’è che ha cominciato a fumare? non sarà mica uno spinello?) e se invece parliamo di una fanciulla, troviamo i suoi scatti fatti di nascosto nel bagno di casa, con un vestito corto e scollato e la bocca che manda baci colorata con un rossetto improbabile. Ma chi sono questi soggetti che a prima vista sembrano, agli adulti che guardano, solo superficiali caricature di ragazzi più grandi?

Come possono essere gli stessi che a volte si accoccolano sul divano e appoggiano la testa sulle gambe di mamma e papà per farsi fare qualche carezza, o che hanno le lacrime sempre pronte a uscire, tradendo una fragilità ancora bambina?
Il pericolo che provo a scacciare allora, mettendomi al fianco di questi genitori smarriti, è quello di negare, di rifiutare l’esistenza di questa parte dei loro figli, attribuendo la responsabilità di ciò che si vede alle “cattive compagnie” che, come moderni Lucignolo, accompagnano per mano e con l’inganno degli innocenti Pinocchio nel Paese di Internet e dei Social Network.

Il rischio allora è quello davvero di trattare il proprio figlio come se lo si credesse una marionetta, senza capacità di scelta e di discernimento e, di conseguenza, la reazione impulsiva è quella di sparare divieti, minacciare punizioni (“ti tolgo lo smartphone e la connessione a internet”) senza poi essere in grado di gestire un reale controllo della situazione, poiché, si sa, è fin troppo facile chiudere il profilo che mamma ha scoperto e aprirne un altro, con un falso nome, dal cellulare del compagno di classe…
Più funzionale e costruttivo risulta invece utilizzare la scoperta di questo figlio, un po’ nuovo e un po’ diverso, come un’opportunità per aprire un nuovo e diverso canale comunicativo con lui, mostrandosi curiosi prima che giudici critici e implacabili, chiedendogli di spiegarci cosa sta dietro quelle foto, quali bisogni, quali aspettative o desideri. Perché solo se un ragazzo si sente trattato da interlocutore alla pari (in quanto a dignità e possibilità di esprimere il proprio pensiero), e non come un burattino incapace di intendere e volere, sentirà di avere la possibilità di raccontarsi, ma anche di accogliere suggerimenti e negoziare linee-guida.

Perché se è possibile – e doveroso – mettere limiti ed esercitare un controllo attento, non si deve credere mai di poter prescindere da un confronto che spieghi i limiti, ma accetti anche le richieste e le esigenze “sociali” dell’altro. Senza dimenticare che anche noi, ex-adolescenti senza cellulare e senza connessione, saremmo risultati irriconoscibili ai nostri genitori se ci avessero visto flirtare con gli amici fuori da scuola, o vantarci di risse dove in realtà erano più i pugni che avevamo preso che quelli che avevamo dato.

Ricordati:
prima di pensare a internet solo come a un grosso pericolo per tuo figlio, considera che è anche un’opportunità per te per osservarlo e conoscerlo da un punto di vista diverso.

Perché i ragazzi possano fidarsi ed aprirsi a un confronto devono sentire di avere di fronte adulti capaci di ascoltare con l’interesse di chi vuol capire, prima che con la voglia di giudicare e punire.

 

Marzia Terragni

(Psicologa)

 

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