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Intervista all’architetto paesaggista Andreas Kipar

Mentre il movimento di Greta Thunberg porta centinaia di studenti nelle strade e le piazze di tutta la penisola e le tematiche ambientali diventano sempre più rilevanti

Mentre il movimento di Greta Thunberg porta centinaia di studenti nelle strade e le piazze di tutta la penisola e le tematiche ambientali diventano sempre più rilevanti nell’agenda politica e sociale,  il futuro del verde nelle nostre città è nelle mani degli architetti paesaggisti. Gate ha incontrato Andreas Kipar,  tedesco di nascita (è nato nel 1960 a Gelsenkirchen) milanese di adozione, architetto paesaggista con doppia  laurea (in Architettura del paesaggio all’Università di Essen nel 1984 e la laurea con lode in architettura al Politecnico di Milano nel 1994). Kipar è alla guida di uno dei più quotati studi europei di architettura del paesaggio dal nome indicativo LAND (acronimo per Landscape Architecture Nature Development) che ha fondato con l’ agronomo Giovanni Sala nel 1995 a Milano.

BOXPer la sua attività LAND ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali: tra questi si annoverano il Mercurio Special Award 2018 ed il MIPIM Award Best Urban Regeneration Project per Porta Nuova nel 2018; il Russian Award in Landscape Architecture e il WAN AWARDS – Future projects 2016 con International Financial Center di Mosca; il premio internazionale PLEA Award – Passive and Low Energy Architecture, a Bologna nel 2015.

Architetto Kipar, cosa è il paesaggio?

Il paesaggio è molto di più di una veduta o di un bel panorama, è una risorsa comune del nostro abitare sintesi di un’incessante rete di azioni e rapporti che hanno legato e legano l’uomo al suo territorio. E reca l’impronta del suo spirito. Non è dunque una realtà soltanto estetica, ma anche e soprattutto etica. Ogni paesaggio è riflesso della società che gli ha dato forma: è lo spazio dove si “legge il mondo”,  i mutamenti sociali, il modificarsi dei modi di produzione, dell’abitare, delle forme urbane, dei modi di vita, delle attività lavorative ed economiche, soprattutto della visione del mondo e della vita. Il paesaggio siamo noi. E’ una creazione dell’uomo, prodotto della sua fatica e della sua fantasia.  Ogni paesaggio ha una sua anima, riflesso della società che gli ha dato forma,Prendendo a prestito una celebre frase di Wolfang Goethe,  “Il paesaggio è una forma plasmata che solo vivendo evolve”. Al paesaggio va donata una terza vita: la prima è come si presentava all’inizio, la seconda è come è stato cambiato dall’uomo e la terza è la vita che necessita per continuare a dialogare con l’uomo e la sua continuità esistenziale in qualità di bene comune. La vera salvaguardia del territorio non nasce dalla ferita alla maestà di un monumento, ma dalla consapevolezza del degrado della condizione umana nei paesaggi.

Viviamo in una società che sembra desiderare bei paesaggi – e, al tempo stesso, salvo rare eccezioni produce paesaggi sgrammaticati, disarmonici dove più che la bellezza sembra essere la bruttezza a farla da padrona.

Viviamo gli strascichi di una politica di territorio che esaltava il gigantismo e agevolava la speculazione edilizia: dobbiamo ritrovare il senso del limite.  C’è troppo, dappertutto. Credo che dobbiamo ricercare l’essenziale, che è tema creativo molto forte. Friedrich Nietzsche diceva: prima o poi nelle citta abbiamo bisogno di vuoto. Non abbiamo ancora sviluppato in pieno la consapevolezza che lo spazio deve essere lasciato libero per le persone permettendo di creare quello che una società desidera: spazio per le relazioni. Spazi mentali di respiro. Il suolo è un bene preziosissimo che ci garantisce acqua, biodiversità e soprattutto salute. …Il punto è semmai usarlo nella maniera giusta. con rispetto per il passato ma anche per il futuro. Abbiamo una grande responsabilità. Potremmo dire, quindi, che tutti gli uomini sono chiamati a essere giardinieri, consapevoli!

Qual è la forma di degrado che più la preoccupa di più?

Ritengo che molti degli orrori e degli errori del nostro tempo siano dovuti proprio alla indifferenza. Alla nostra disattenzione collettiva che si manifesta con “Ma dai è solo un capannone”. Una indifferenza che continua con l’incuria, l’abusivismo. Il suolo è stato ridotto a piattaforma da valorizzare, da trasformare più in fretta possibile, con grave perdita di terreni fertili, di biodiversità, di permeabilità dei suoli. Tutelare però non basta perché le minacce restano all’ordine del giorno, bisogna prendersene cura. Quando si lavora con la natura  ci vuole pazienza, e soprattutto continuità. L’Italia ha una ricchezza straordinaria di paesaggi, modellati da millenni di relazione tra uomo e ambiente. Non dobbiamo mai dimenticare che la bellezza del paesaggio italiano nasce dalla fatica di generazioni . Sono stati loro, una generazione sull’altra, a dissodarle, a spianarle, a prosciugarle. Fu una fatica enorme, tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri a secco, quei che da tempi lontanissimi hanno plasmato isole e colline, monti e promontori. Abbiamo ancora 170.000 chilometri di muri a secco, venti volte la lunghezza della muraglia cinese La scelta dell’Unesco di iscrivere l’arte del muro a secco tra i patrimoni immateriali dell’umanità rende onore a tutti quei paesi che dalla Grecia alla Spagna, da Cipro alla Croazia, ospitano quei sacrari di sassi.

 

Cosa elimirebbe dalla nostre città per cominciare?

I cordoli stradali. Ci sono troppi cordoli nelle nostre città. Passeggiando per una strada le  sarà sicuramente capitato di vederli, magari senza conoscerne il nome: è un muro in cemento a protezione delle corsie dei bus, per delimitare alcune aree urbane, o le aiuole. Sono state costruite piste ciclabili con chilometri di cordoli. I cordoli sono pericolosi, non servono a nulla. E sono costosi.

Come sta cambiando il modo di progettare e  abitare lo spazio urbano ?

Profondamente. Oggi la percezione di non poter costruire in maniera indiscriminata è sempre più forte. così come è sentita l’esigenza di realizzare azioni di recupero delle aree periferiche più degradate. Ormai abbiamo la consapevolezza che un nuovo umanesimo passa dal miglioramento delle relazioni umane e degli ambienti in cui gli uomini vivono. Un ritorno alla natura, Occorre recuperare l’ anima dei luoghi,  come diceva il filosofo e psicoanalista americano James Hillman.  Mai lasciare che l’ anima voli via dalle pietre. Ma anche con una attenzione sempre maggiore alla “scala umana”. I tempi del verde come puro decoro sono finiti, la gente non cerca qualcosa di bello da guardare ma uno spazio nel quale essere attiva.  Immaginando degli spazi pubblici più inclusivi nei quali possiamo vivere generosamente insieme.

A Milano ha diversi cantieri in progress, alcuni molto attesi. Come il progetto di rigenerazione dell’ex area Expo 2015

Il sito verrà trasformato in un gigantesco parco della scienza e del sapere che complessivamente si estenderà per 460 mila metri quadrati. Un grande “cantiere di energie, di cultura, di relazioni”. Si chiamerà Mind: Milan Innovation District.  Prevede l’insediamento di tre importanti funzioni pubbliche:  il nuovo polo ospedaliero IRCCS Galeazzi, i cui lavori sono già in corso, il polo di ricerca per le Scienze della vita Human Technopole e il Campus dell’Università Statale. Quello che era il Decumano di Expo 2015, asse centrale del sito lungo 1500 metri, sarà trasformato in uno dei parchi verdi urbani lineari più lunghi d’Europa, una sorta di colonna vertebrale di Mind da cui si potranno raggiungere le varie zone del sito.

 Pochi mesi fa il  suo masterplan per rilanciare in toto l’isola Palmaria a Portovenere, sito Unesco,  è stato approvato dalla Regione Liguria. Alcune anticipazioni?

Vogliamo rivitalizzare in toto l’isola Palmaria, nel pieno rispetto di un ambiente di singolare bellezza, un’isola che a lungo è rimasta poco fruibile,  aprendo l’isola a un turismo non impattante, ma sostenibile. Il progetto non prevede aumento di cubature.  Altro elemento è quello della rivitalizzazione della vocazione agricola dell’isola. Un tempo  la Palmaria era fortemente coltivata. I terrazzamenti esistenti sono stati nel tempo però abbandonati e, adesso potranno tornare a ospitare vigneti e oliveti.

La fonte di isprazione  del suo lavoro?

Le passeggiate nella natura. Cammino, respiro, mi distraggo, sento la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe... non ho bisogno di pensare perche i pensieri  vengono da soli. Camminare è sentire. I nostri  sensi annusano l’aria, il cambiamento delle stagioni, siamo in diretto contatto fisico con le radici e il mistero della terra a noi si fa più vicino. Anche l’architettura (come tutte le nostre altre discipline) interroga e fa interrogare noi stessi sul senso della vita.

Alla Bicocca la sua collina dei ciliegi svetta come un’ oasi di dolcezza nel severo quartiere regalando un autentico “polmone verde”

Come nel caso del Monte Stella di Piero Bottoni al Qt8, abbiamo costruito una collina con le macerie. Allora, quelle delle guerra. Oggi, quelle dei vecchi impianti industriali della Pirelli. Sopra cresce la speranza: una rampa di scale conduce alla sua sommità, da dove parte un viale fiancheggiato da 800 alberi di ciliegio  che rendono l’ aria vibrante quando in primavera fioriscono.

I suoi parchi invitano a una sosta e alla contemplazione

(sorride) Questo è un aspetto che come landscape  designger mi sta a cuore. In tutti i parchi cerco di posizionare le panchine in modo strategico.  I parchi non chiudono né lo spazio né la visuale, così come nell’universo, guardando il cielo, lo sguardo si perde all’infinito. Un piccolo angolo di paradiso è certamente il Time garden, del nuovo Parco del Portello, una sorta di giardino “zen” metropolitano. Lontano ricomincia il frastuono della città.

C’è un albero che ama in particolare?

Il Ginkgo biloba, detto anche  l’ albero dei ventagli per via delle sue foglie che assomigliano a piccoli ventagli che offrono il massimo della loro bellezza in autunno, quando  si tingono dal giallo oro al rosso cremisi. E’ sulla terra dall’era dei dinosauri e ha resistito ai peggiori inquinamenti del ventesimo secolo.  Quando la bomba atomica trasformò la città di Hiroshima in un deserto annerito, un vecchio ginkgo rimase calcinato come il tempio buddista che proteggeva. Tre anni dopo, qualcuno scoprì che una lucina verde spuntava nel carbone. Il ginkgo aveva buttato fuori un germoglio. L’albero rinacque, aprì le braccia, fiorì.  In occasione dei  miei cinquant’anni i miei collaboratori, come dono di compleanno,  ne hanno piantato un esemplare, in Largo La Foppa proprio vicno allo studio. Sogno anche per Milano un lungo viale  come quello di Icho Namiki a Tokyo  con  ben 146 alberi di Ginkgo.

I Giardini pensili di Babilonia, Il Colosso di Rodi, il Mausoleo di Alicarnasso, il Tempio di Artemide a Efeso, il Faro di Alessandria la Statua di Zeus a Olimpia, la Piramide di Cheope a Giza. Sono le sette meraviglie del mondo antico. Quale avrebbe voluto progettare?

Non ho incertezze: i giardini pensili di Babilonia. Furono costruiti intorno al 590 a.C.; erano attrezzati con un impianto di irrigazione oggetto di studio anche oggi, costituito da due grandi bacini che ricevevano acqua dal vicino fiume Eufrate tramite tubi sotterranei. Trovo immaginifica questa idea della feritilità, in un contesto arido, laddove non si avremmo mai pensato di poterlo fare.

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